Di intelligenza artificiale si inizia a parlare con quei toni solenni di solito associati alla religione e alla spiritualità. Le grandi aziende del settore parlano delle nuove tecnologie come della più grande invenzione della storia, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre ciò che significa essere umani. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, l’ha definita «la più importante invenzione che l’umanità farà mai». Alcuni ricercatori assegnano probabilità tutt’altro che trascurabili alla possibilità che una macchina possa arrivare a costruire da sola una versione più intelligente di sé entro pochi anni. Yann LeCun ha detto che l’enorme investimento finanziario nella corsa alla superintelligenza «è una grandissima stronzata». E per ora va benissimo così.

In alcuni casi il linguaggio si fa apocalittico, com’è normale che sia di fronte a una tecnologia in grado di sparare da sola e di bucare i sistemi di sicurezza di diverse aziende. Anche per questo c’è stato chi ha fondato una vera chiesa dedicata al futuro Dio dell’intelligenza artificiale. Un ingegnere di Google, dopo avere interagito con un chatbot che gli era sembrato dotato di coscienza, si è chiesto: «Chi sono io per dire a Dio dove può e dove non può mettere le anime?». E Ilya Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, è arrivato a bruciare simbolicamente un’effigie che rappresentava un’intelligenza artificiale non allineata con gli esseri umani, come in una sorta di rito medievale.