L’intelligenza artificiale che diventa più potente dell’uomo, le macchine che ci sostituiscono in molti lavori, l’automazione della guerra. E l’AI che trasforma in superpotenze gli Stati (e le imprese) che la controllano, condannando gli altri alla subalternità. Parlare di AI non è semplice e non solo perché chi è sotto l’ombrellone non ha voglia di tuffarsi in scenari distopici, essendo, peraltro, già immerso in quello dell’emergenza climatica.Le sfide dell’economia digitale o la minaccia della guerra automatica colpiscono, magari generano angoscia, ma sono temi lontani, complessi sui quali è difficile incidere. Eppure ci sarebbe da stimolare i governi europei a recuperare il gap che ci divide da Usa e Cina, come ha scritto sul Corriere Barbara Stefanelli. E c’è da sensibilizzare i cittadini ai tanti, nuovi modi in cui la tecnologia — spesso usata come arma contro le democrazie dai suoi nemici — altera le dinamiche sociali, cancella i confini tra realtà e finzione propagandistica, mentre i civili rischiano, quasi senza accorgersene, di essere militarizzati. Non mancano i moniti di esperti come Arturo Di Corinto col suo «Guerra profonda», pubblicato da Luiss University Press. Ma serve una consapevolezza molto più diffusa.
AI, la nuova frontiera del potere della guerra
La novità è la tecnologia che ha aumentato enormemente la capacità di disinformare e anche di sabotare
L'AI emerge come arma geopolitica decisiva: chi la controlla (USA, Cina, Russia) monopolizza supremazia militare e informativa, mentre l'Europa rischia subalternità nella competizione per sovranità digitale. La militarizzazione della rete attraverso hacker di stato, attivisti in operazioni ibride e disinformazione amplificata dalla tecnologia impone a governi e tech company europee strategie urgenti di AI governance e resilienza infrastrutturale.







