“Ieri abbiamo finito di imballare la paglia a mezzanotte”. Piero Cifarelli, 60 anni, produce fave, cicerchie, piselli, lenticchia di Altamura, lupino, grano duro, grano tenero Bianchetta, orzo, avena, fieno e un po’ di pomodoro da salsa, nelle campagne pugliesi di Gravina, nel Parco dell’Alta Murgia, che la sua famiglia coltiva da generazioni. “Ma il clima sta cambiando e ci obbliga a fare gli agricoltori in modo diverso”. In questa estate dei record 2026, molti imprenditori agricoli come Cifarelli hanno dovuto modificare abitudini e procedure vecchie di secoli. Lavorando nelle prime ore del giorno fino a quando, già a metà mattinata, il caldo nei campi diventa insopportabile. Per poi riprendere le operazioni nel tardo pomeriggio fino a notte inoltrata.
"Una scelta obbligata”
La scelta dell’agricoltura “in notturna” sembra ormai obbligata, per proteggere chi lavora, ma anche i prodotti della terra. “Nelle ore più calde ci si ustiona solo a toccare le parti metalliche dei nostri macchinari e si suda anche nelle cabine dei moderni trattori con aria condizionata”, racconta Cifarelli. “Ma dobbiamo anche stare sul mercato e generare reddito, evitando che i nostri prodotti si deteriorino per le alte temperature. La paglia se imballata con il termometro che sfiora i 40 gradi si frantuma e riduce in polvere, per questo aspettiamo che le temperature si abbassino, prima di procedere. I baccelli dei lupini scoppiano disperdendo nel campo il prodotto se si prova a raccoglierli nelle ore calde. E anche in questo caso abbiamo deciso di spostare gli orari delle operazioni”.












