Se non fosse che c’è di mezzo un tentato attentato, ci sarebbe da dire che ci stanno «minchionando», termine che si addice perfettamente all’ambientazione siciliana del bistrot Cefalù, scena di questa tragicommedia intensamente assurda che pare uscire dalla fantasia di Eugene Ionesco.
Ci stanno minchionando, di diceva. Il regista dell’attentato, Valter Lavitola, confessa di aver commissionato l’attentato per un eccesso di amore verso l’amico Sigfrido, tant’è che mica aveva chiesto una bomba, ma qualche colpo da sparare sui muri della villetta. Poi si sa come vanno le cose, la gente si fa prendere la mano e pure il gusto. Così gli spari sono diventati un ordigno esplosivo altamente pericoloso, ma sempre perché all’amico Ranucci rafforzassero la scorta. Poi alla domanda «Ma Ranucci poteva sapere?», la risposta è degna di un pitone che ti avvolge e ti stritola poco alla volta. «No comment».
Quell’altro – Sigfrido – non rendendosi più nemmeno conto che la vicenda ormai è scappata di mano, il giorno della confessione di Valterino ci mette il carico pesante associando a sé nientemeno che Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I quali difficilmente si sarebbero attovagliati con un tipino come Lavitola, né gli avrebbero confidato ogni aspetto della propria vita pubblica e privata. Ma Mister Report non ci fa più caso: lui è il martire, lui è l’agnello sacrificale, lui è l’apostolo della verità. Lui… è. Per questo non gli passa per la testa quello che invece sfiora il capo di tutti gli altri: a Sigfri’, anche un po’ meno altrimenti scoppi…














