E adesso cosa resterà di noi? Di noi, quelli a cui non pensa nessuno. I frati minimi del giornalismo d’inchiesta, i francescani dell’informazione, quel piccolo esercito sbandato che, tra «il vomito dei respinti» – scusate se cito Fabrizio De André, e non Giovanni Falcone o Paolo Borsellino – prova a fare bene il proprio mestiere, giorno dopo giorno, con limitatezza di risorse, scarsità di guadagno e abbondanza di rogne.

Perché la cosa più emblematica della vicenda di Sigfrido e Valterino, i due quasi amici, non è neppure la bomba, la bomba “omeopatica”, chiamiamola così. Forse l’unico caso al mondo di una bomba messa, secondo la confessione del mandante, per evitare altre bombe. Un ordigno piazzato davanti alla casa di un uomo che si voleva proteggere. Una specie di medicina criminale: un po’ di esplosivo per stare meglio.

No. Il punto, almeno per noi che facciamo questo mestiere, è un altro. È che Report è Report. La Mecca di noi giornalisti di provincia

Per una parte enorme dell’opinione pubblica italiana Report è il giornalismo d’inchiesta. Punto. Insieme, bisogna dirlo, a Striscia la Notizia. E già il fatto che nell’immaginario collettivo il programma di Milena Gabanelli prima e di Sigfrido Ranucci poi condivida questo podio con un tg satirico dovrebbe essere considerato uno degli indizi più solidi della follia del nostro Paese.