Lo sceneggiatore più smaliziato difficilmente avrebbe potuto concepire un intreccio più stupefacente di questo della vicenda Lavitola/Ranucci.
Che fa il paio - perché è sempre bene non dimenticare il contesto generale della politica nazionale - con quella di un ex sottosegretario alla Giustizia che, incurante dell’opportunità, decideva di entrare in affari con la figlia 18enne di un ristoratore legato a un clan camorristico.
Stavolta, invece, abbiamo il “principe” del giornalismo italiano d’inchiesta che si ritrova coinvolto nel classico rapporto fonte-giornalista che, però, in questo caso assume i contorni inusuali di quella che gli stessi protagonisti descrivono (descrivevano) come una «amicizia fraterna», ancor più anomala in quanto scoppiata in età matura.
Già questo è di per sé materia di ampia riflessione per il giornalismo in genere.
Ma quel che più interessa al lettore è semmai il destino di questa fetta d’informazione pubblica in un’azienda - la Rai - già devastata da decenni dalla politica lottizzatrice.














