Ripristinare la natura può sembrare un concetto lontano dalla nostra quotidianità. In realtà significa parlare delle città in cui viviamo, dell’ombra che cerchiamo attraversando una piazza durante un’ondata di calore, dell’acqua che durante un temporale non riesce più a penetrare nel terreno, degli alberi che rendono più vivibile un quartiere. Significa parlare della nostra sicurezza e della qualità della nostra vita. Per questo il Piano nazionale di ripristino della natura è un’occasione che l’Italia non può permettersi di sprecare. Il Regolamento europeo 2024/1991 segna un cambio di paradigma: non basta più conservare ciò che resta degli ecosistemi, dobbiamo recuperare quelli degradati e riportare la natura anche dentro le città.
In questa trasformazione i Comuni sono fondamentali. L’ANCI condivide gli obiettivi europei e considera il Piano un possibile alleato per ridurre il consumo di suolo e rinaturalizzare i territori. Ma pone questioni concrete: cartografie affidabili, coordinamento con gli strumenti urbanistici, chiarezza delle competenze, assistenza tecnica e finanziamenti. Ed è proprio qui che emerge il vero problema: il Governo può approvare tutti i Piani che vuole, ma un Piano senza risorse, strumenti e capacità di attuazione rischia di rimanere soltanto un insieme di buone intenzioni. Lo abbiamo già visto con il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, il PNACC. Dopo anni di attesa l’Italia si è finalmente dotata di uno strumento indispensabile per affrontare gli impatti della crisi climatica.








