È un romanzo anche di mitomania quello intitolato «La bomba d'amore», con nuova appendice ambientata a Rebibbia. Non solo l'Ego di Valter ma pure quello di Sigfrido. Il quale dalle carte del Gip emerge senza dubbio come una persona manipolabile e succube di Lavitola, ma allo stesso tempo viene fuori come un interprete perfetto del narcisismo del giornalista tribuno. Di quello che si ritiene (come si diceva per Michele Santoro) un «conduttore delle coscienze».
E a cui non basta sentirsi uno che fa informazione ma si considera il custode della salvezza collettiva. E allora, visto che Sigfrido, nei messaggi con Valter, non fa che lamentarsi del fatto che «mi vogliono togliere Report», «stanno cercando un sostituto», «al mio posto dicono Ruffo» (il conduttore di Mi manda RaiTre, Federico Ruffo, ndr), l'idea che invece di farsi oscurare dai nemici in Rai e nel Palazzo lui possa, così gli suggerisce Lavitola, entrare in politica «lo lusinga», come si legge nelle carte.
Il narcisismo del tele-tribuno che pensava di diventare premier
E il salto da «conduttore delle coscienze» e da amico del popolo («Il mio popolo mi segue, il mio popolo mi vuole», non fa che ripetere Sigfrido) addirittura a premier nel giro di due anni è un salto che può risultare naturale, anzi auspicabile, lo voglio, sì lo voglio, per uno che coincide con quanto scrive Giorgio Agamben, famoso filosofo di estrema sinistra: «Quando l'informazione diventa gestione dell'emergenza etica, il giornalista cessa di trasmettere notizie e comincia a impartire ordini di comportamento, assumendo la postura del sacerdote di una religione civile». Non si sentiva un sacerdote ingiustamente privato del suo pulpito anche Santoro, quando nel 2005, durante il programma di Adriano Celentano, «Rockpolitik», gridò «rivoglio il mio microfono» contestando l'allontanamento della televisione pubblica?














