Ci sono confessioni che inchiodano, e poi ci sono confessioni che ribaltano la realtà fino a farla sembrare un romanzo distopico. Davanti al gip di Roma, Valter Lavitola ha ammesso l’incredibile: è lui il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Ma il colpo di scena non è l’ammissione in sé, quanto la motivazione offerta con candore surreale: «L’ho fatto per il suo bene». Un favore armato, insomma, per proteggerlo e costringere lo Stato a blindarlo. Una linea di difesa che i giudici hanno liquidato come un esercizio di fumo, smontando pezzo per pezzo il paradosso di un’amicizia che sceglie di sparare.

La confessione e la tesi difensiva

Nel vasto e spesso torbido teatro del diritto penale si è visto di tutto, ma la versione sfoderata da Valter Lavitola nell’interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia valica i confini del thriller politico per piombare dritto nel territorio del paradosso kafkiano. L’ex editore non indietreggia, ammette senza filtri di essere la mente dietro l’atto intimidatorio che ha preso di mira il conduttore di Report. Poi, però, affonda il colpo con una giustificazione che lascia gli inquirenti a bocca aperta: tutto sarebbe nato da un nobile, per quanto bizzarro, istinto di protezione.