L'acqua sembra non fare rumore, ci parla in silenzio. Lo fa quando un fiume diventa un rigagnolo, quando un lago scende sotto i livelli di sicurezza, quando la terra si apre in crepe profonde, i microrganismi stentano a sopravvivere e gli alberi smettono lentamente di respirare. Lo fa quando il mare risale il corso del Po per decine di chilometri, come in questi giorni, trasformando il più grande fiume italiano in un estuario salato e ricordandoci che perfino ciò che sembrava immutabile può cambiare.
Forse è proprio questo il problema. Siamo stati educati a considerare l'acqua una presenza scontata. Apriamo un rubinetto e arriva. Irrighiamo un campo e immaginiamo che ce ne sarà sempre altra. Non ci curiamo ancora oggi di modelli irrigui che sprecano grandi quantità di acqua. Abbiamo costruito un'intera idea di sviluppo sulla convinzione che l'acqua fosse una risorsa inesauribile, quasi un diritto della natura nei confronti dell'uomo. E intorno a questa idea abbiamo creato le monocolture, le enormi distese in cui chi coltiva ha smesso di mediare il rapporto tra cibo e ambiente ma resta a guardare il corso degli eventi.
Forse è proprio da questo che dobbiamo ripartire. Riprenderci definitivamente quel ruolo e smettere di essere meri spettatori del declino.











