La crisi climatica ha ridotto drasticamente la portata del fiume Po, che nella seconda metà di giugno ha registrato il livello record di 8 metri sotto lo zero idrometrico a Cremona. Crollando la sua portata a meno di 300 m³/s, inoltre, si è innescata una grave risalita dell’acqua marina – il cuneo salino – fino a 20 km nell’entroterra. Una situazione talmente critica da mettere a rischio un terzo del settore agroalimentare nazionale. La trave nel piatto è che, a fronte di una crisi idrica tanto drammatica, si continua a sostenere la coltura e il consumo di specie e varietà sempre più idrovore, e a praticare un’agricoltura insostenibile, anche in relazione all’esigenza idrica. In luogo di finanziare ulteriori sistemi di irrigazione, sarebbe sensato promuovere un’agricoltura che ha bisogno di meno acqua e pratiche che gestiscono meglio questa risorsa sempre più scarsa.
Questo quadro generale è determinato dalla concreta e repentina scomparsa dei ghiacciai: prima le grandi masse d’acqua dolce solidificate, si scioglievano lentamente nei periodi più caldi dell’anno e alimentavano per mesi i corsi d’acqua. Adesso non c’è più quel rilascio lento e costante dell’acqua dolce che invece defluisce velocemente verso il mare: la siccità da eccezione sta diventando una problematica cronica, il cui elemento più preoccupante è l’effetto sommatorio di









