Ercole Incalza
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Quello che stiamo vivendo sull’emergenza Taranto è assurdo. Dopo i tentativi effettuati dal ministro Urso, l’intero dossier è passato alla competenza della Presidenza del Consiglio, e quindi il Parlamento sa che la presidente Meloni è diventata l’interlocutrice diretta. Se si andasse avanti con sistematici e inutili incontri tra il governo e i sindacati e il sistema imprenditoriale nazionale, con supporti finanziari di poco superiori ai 120 milioni di euro, invocando la Cassa Integrazione Guadagni, emettendo gare prive di un’adeguata certezza in quanto sempre a rischio di blocchi da parte della magistratura, arriveremmo fra pochi mesi alla chiusura dell’impianto.
E allora prende corpo una scelta obbligata per il Parlamento: nella sua funzione di riferimento democratico deve essere in grado di superare la logica degli schieramenti contrapposti. Deve, con la massima urgenza, produrre un atto comune con cui chiedere al governo di abbandonare la ricerca di possibili organismi disponibili a partecipare a gare; la richiesta di prestiti temporanei e completamente inutili al rilancio del centro; la predisposizione di ricorsi a Casse Integrazioni Guadagni Speciali; la prospettazione di un futuro temporaneo parziale del centro rinviando a un futuro poco chiaro una adeguata crescita nella produzione.









