La chiusura
Ercole Incalza
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Le istituzioni hanno una grave responsabilità per aver portato alla chiusura il centro siderurgico di Taranto. La bomba sociale è caratterizzata da due dati: il licenziamento di 10mila addetti diretti negli stabilimenti del gruppo siderurgico e di altrettanti nell’indotto. In realtà, in questi lunghi anni abbiamo riscontrato sistematicamente un diffuso “senso di rassegnazione”; una rassegnazione anche dagli attuali schieramenti politici che garantiscono il governo del Paese. È davvero inconcepibile che non ci sia stato in tutti questi anni una convinta coscienza parlamentare che, quantomeno, abbia capito e denunciato quattro emergenze: il rischio continuo di avvicinarsi sempre più verso la perdita irreversibile di 20mila posti di lavoro; la perdita secca nel Paese di una produzione rilevante di acciaio determinante per la crescita di settori strategici della nostra economia; un crollo del ruolo del Mezzogiorno all’interno del sistema industriale avanzato dell’intero Paese; la chiusura definitiva del ruolo e della funzione di uno degli hub chiave del Paese come il porto di Taranto.
E invece siamo andati avanti, anno dopo anno, con l’illusione di risolvere questa grave crisi sperando in possibili offerte di acquisto o di parziale coinvolgimento di imprese industriali del settore. Addirittura sette mesi fa avevamo appreso che Jindal e Flacks avevano presentato un’offerta davvero apprezzabile e che si era vicinissimi alla formalizzazione dell’affidamento; giorni fa abbiamo appreso che le offerte di Jindal e Flacks erano “irricevibili”. Non sollevo una critica al governo, ma al Parlamento e agli schieramenti che garantiscono una consistente maggioranza parlamentare. Queste forze parlamentari sanno bene che siamo ormai all’ultimo anno di legislatura, siamo quindi ormai in piena campagna elettorale: continuare a commettere gravi errori significa costruire le condizioni per un prevedibile fallimento elettorale; un fallimento davvero elevato non solo a scala locale ma nazionale.







