Taranto rischia di chiudere definitivamente

Biagio Marzo

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Dalle cattedrali nel deserto al deserto industriale. Nel Paese di Giulio Natta, la chimica pubblica italiana resta una delle pagine più nere della storia industriale nazionale. Dal sogno di costruire uno dei più grandi poli chimici del mondo si passò, nel giro di pochi anni, a un drammatico risveglio: i suicidi del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, e di Raul Gardini, segnarono simbolicamente la fine dell’illusione Enimont. Quella joint venture, nata per creare un colosso della chimica, finì travolta da Tangentopoli e da una guerra di potere che trascinò con sé non solo uomini e imprese, ma un intero settore strategico. La chimica pubblica venne sepolta insieme alle sue ambizioni industriali.

La siderurgia italiana rischia oggi la stessa sorte. Non ci sono stati suicidi eccellenti, ma arresti, sequestri, processi, commissariamenti e una lunga agonia industriale. Nel luglio del 2012, la magistratura sequestrò l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per disastro ambientale e sanitario. Da quel momento iniziò la parabola discendente della più grande acciaieria d’Europa: nata pubblica con l’Italsider, privatizzata ai Riva, poi passata alla gestione franco-indiana di Arcelor Mittal infine tornata sotto il controllo dello Stato attraverso l’amministrazione straordinaria. Da 13 anni si susseguono governi, decreti, piani industriali, promesse di riconversione ecologica e annunci di rilancio. Tutto fallito. L’acciaio green è rimasto uno slogan propagandistico buono per convegni e conferenze stampa. I forni elettrici, il preridotto, la decarbonizzazione, gli investimenti miliardari: parole. La realtà è che lo Stato non ha le risorse necessarie per sostenere una trasformazione industriale di quelle dimensioni. Non ha occhi per piangere. Gli sforzi compiuti dal ministro del Mimit, Adolfo Urso, sono finiti nel vuoto. Le trattative con i possibili acquirenti si sono arenate una dopo l’altra. Lo stabilimento siderurgico di Taranto, simbolo del Novecento industriale italiano, sta lentamente trasformandosi in un gigantesco deposito di ferraglia. Le ciminiere non fumano più. Gli altiforni sono fermi o lavorano al minimo tecnico. La produzione d’acciaio è precipitata sotto i due milioni di tonnellate annue, lontanissima dai livelli che avevano reso Taranto il cuore della siderurgia europea. La sentenza del Tribunale di Milano, che giudica insufficienti le misure ambientali adottate per garantire la tutela della salute pubblica, rischia di accelerare ulteriormente il declino. La prospettiva di una progressiva fermata, entro agosto prossimo, dell’area a caldo e della centrale elettrica segna il punto di non ritorno di una crisi che nessuno è riuscito a governare.