Questa è una storia infinita. Per comprenderla, riannodando i fili di una delle vicende più complesse della storia recente d’Italia, è utile partire da una considerazione: raramente una realtà industriale ha inciso in modo così profondo su un territorio, non solo per dimensioni produttive, ma per la capacità di condizionare assetto urbano, economia locale e, soprattutto, equilibrio ambientale di un’area fragile e così densamente abitata. Taranto e l’ex Ilva, 15.450 mila ettari, che rappresentano oggi uno dei siti più inquinati dell’intero Paese, con gravi contaminazioni di suolo, falde e sedimenti marini. Due, in un quadro così complesso, le certezze: le responsabilità accumulate nel tempo e una transizione ecologica ancora da compiere.

L’EDITORIALE

Non servono solo le regole

03 Marzo 2026

Siamo nell’area nord-occidentale della città pugliese, tra il Mar Piccolo e il Mar Grande: un territorio vasto, che sin dal principio - gli anni ’60 del secolo scorso - si è disteso come una città nella città: chilometri di capannoni, altoforni, nastri trasportatori e ciminiere, a ridosso dei quartieri Tamburi e Paolo VI. Qui, per lunghi decenni, la produzione di acciaio ha garantito occupazione e sviluppo. Ma a che costo per la cittadinanza? "Altissimo", taglia corto Massimo Castellana, portavoce dell’associazione Genitori tarantini, che dal 2015 si batte per difendere ambiente e popolazione dall’inquinamento generato dalla fabbrica. "Nei bambini le malattie tumorali infantili hanno una media del 35% in più rispetto al resto della Puglia, in passato si è arrivati fino al 54%. Tra il 2002 e il 2015 circa 600 bambini sono nati con gravi malformazioni. Oggi un tarantino su 18 ha l’esenzione dal ticket per tumori. Dal 2005 al 2024, registriamo 35 morti all’anno per malattie professionali riconosciute ai dipendenti dell’acciaieria. Secondo le Nazioni Unite, Taranto è tra le 16 zone di sacrificio del pianeta, cioè quelle ‘aree contaminate dove i residenti subiscono conseguenze devastanti per la salute a causa di industrie o basi militari’. Compito principale della Comunità europea e dello Stato è farci uscire da questa lista, costi quel che costi".