Sigfrido Ranucci, o dell’importanza di essere (o apparire?) vittima. Potrebbe titolarsi così il caso dell’attentato “promozionale” al giornalista organizzato dal suo grande amico Valter Lavitola. Già, perché oggi la vittima, dopo secoli di tragica inferiorità, ha uno statuto privilegiato ed è al centro dell’attenzione della gente perbene, dell’elettorato di sinistra, il cui cuore batte generosamente sempre per i deboli, e almeno in parte anche di quello di destra, perché dentro chi grida Maga e “prima noi” c’è pur sempre l’impressione di essere vittima della prepotenza di altri. E, si sa, la vittima è un debole da proteggere e far diventare forte.
Sempre? Oggi l’interrogativo è necessario, dopo la centralità che la vittima ha preso nell’opinione pubblica, specie in politica, come mostra la mobilitazione per tutti i popoli e stati che sono o sono ritenuti vittima del forte Occidente, dai palestinesi aggrediti da Israele all’Iran dei pasdaran, che pure aggredisce i suoi stessi cittadini; e nel diritto penale, come hanno ripetutamente lamentato i migliori penalisti e come, a ben guardare, dimostra la stessa ordinanza del Gip che ha mandato in carcere Lavitola. Un’ordinanza tanto severa con il presunto mandante del finto attentato (dal “metodo mafioso”) quanto piena di premure per la presunta vittima, Ranucci, sicura che sia stato del tutto ignaro del gesto pericoloso e maldestro dell’amico ai suoi danni, anche se ne era in realtà il beneficiario.














