Dieci mesi dopo la bomba a Sigfrido Ranucci, le indagini della Procura di Roma mettono un punto fermo sul presunto mandante. Ed è la svolta che getta una luce diversa su tutta questa storia, perché in carcere per aver organizzato l’attentato del 16 ottobre scorso, finisce un amico stretto della vittima. Valter Lavitola, faccendiere, personaggio controverso, «la scatola nera dell’Italia», lo aveva definito lo stesso conduttore di Report che con lui aveva stretto nel tempo un’amicizia sempre più intensa, ai tavoli del suo ristorante Cefalù nel quartiere Monteverde di Roma.Quel Lavitola che sognava per Ranucci una discesa in campo in politica, e un ruolo di primo piano per se stesso. Che si era spinto a commissionare sondaggi per testarne il gradimento e il potenziale consenso. Che con svariati messaggini solleticava al giornalista la prospettiva di poter diventare premier, commentando le affollate presentazioni dei suoi libri così: «Questi mesi mi sembrano tanto un test di campagna elettorale come si fanno negli Stati Uniti». Quel Lavitola che sosteneva l’amico spesso bersaglio di attacchi: «Ogni attacco serve a farti crescere ulteriormente».Quel Lavitola che dopo l’attentato avrebbe messo in atto depistaggi fingendosi preoccupato per l’incolumità di Ranucci. Ma le indagini finora hanno chiarito che quella bomba non era un salto di qualità della criminalità organizzata contro la libertà di stampa. E nemmeno una ritorsione della camorra. Qui, almeno per ora, la mafia non c’entra. Ma così era sembrato invece a tutti all’inizio. A Ranucci in primis, a cui era arrivata un’ondata di solidarietà unanime, con i sit in dei sostenitori fuori da casa sua. L’Anm gli aveva tributato una standing ovation. E vicinanza era arrivata anche dal governo. Insomma era stata la risposta di un Paese di fronte a un atto considerato gravissimo. E lo è stato, visto che si contesta l’aggravante mafiosa.Del resto anche le modalità, scrive il gip, «dovevano essere idonee a dimostrare la potenzialità omicidiaria» per «poter suscitare indignazione nell’opinione pubblica». Un attentato di cui Ranucci, sono convinti i magistrati, resta una vittima, inconsapevole del presunto disegno criminoso di Lavitola, e «manipolato» da quest’ultimo.Prima di arrivare al faccendiere, nei mesi vengono analizzate tutte le piste.Comprese le possibili ritorsioni per le inchieste di Report. Ma i pm non trovano riscontri. La svolta arriva quando i magistrati sentono la banda dei presunti esecutori materiali di Avellino parlare di un certo «O’Nir», che manda messaggi «dall’Africa». Lo identificano in Gomes Clesio Tavares, il braccio destro di Lavitola, per i magistrati «fuggito» in Camerun dopo l’attentato. Le indagini accelerano quando c’è la contezza che anche l’ex editore dell’Avanti stia progettando la partenza. Viene perquisito, come rivelato dal Giornale tra i suoi 140 articoli sulla vicenda, mentre stava per andare in aeroporto. Non lo arrestano. Sequestrano i telefonini. Lui inizia a parlare molto, con i giornalisti e con lo stesso Ranucci, che in prima battuta lo difende, attonito per le accuse all’amico. Per i pm un «amico» forse disposto a tutto pur di «aumentare esponenzialmente la popolarità della persona offesa in modo da agevolare la sua imminente discesa in campo». «E tra due anni sarai tu il presidente del Consiglio», scriveva Valter a Sigfrido.