Roma – La prima cosa da chiedersi è: perché affidarsi a un quartetto di criminali di piccolo cabotaggio per piazzare un ordigno il 16 ottobre davanti alla villetta di Sigfrido Ranucci, sapendo che l’eco mediatica di quel botto sarebbe stata altissima? La seconda è: come poteva una gang che gravitava tra Cicciano e Avellino, estranea alle mafie napoletane e casalesi, ingaggiata à-la-carte, pensare di farla franca con il proprio carico di segreti?
Tre dei presunti autori materiali dell'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci
Chi sono i 4 arrestati: c’è una donna tra i bombaroli che hanno usato gelatina da cava
Il pm Carlo Villani chiude il cerchio, arrestati gli esecutori materiali — Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone, Marika De Filippis (moglie di D’Avino) ai domiciliari, più Luca Amato, soltanto indagato — ma il mandante resta un buco nero. Scorrendo le carte dell’ordinanza si nota, tuttavia, lo scarto tra la gravità del gesto, la sua eco mediatica, e la statura criminale di chi lo ha eseguito: un gruppetto sbilenco, iscritto al casellario per reati come spaccio, rapina, sequestro di persona (Passariello), e ‘promosso’ a squadra di bombaroli. Capace però di piazzare gelatina da cava, esplosivo procurato da D’Avino e definito dai carabinieri “obsoleto ma dalla straordinaria capacità distruttiva”, davanti al cancello di una villetta tra Pomezia e Torvajanica, una delle abitazioni più mediaticamente sensibili d’Italia.










