Da semplice gesto di cortesia, con la gestione sul POS, ora è vissuto psicologicamente come un obbligo. Come sta cambiando il tip nel nostro Paese e perché non può finire per integrare lo stipendio.

Per gli italiani è sempre stato solo un gesto di cortesia: qualche euro lasciato sul tavolo dopo un buon servizio al ristorante, una banconota consegnata in mano al facchino dell’hotel, un riconoscimento spontaneo che nulla ha a che vedere con la retribuzione. Negli Stati Uniti, invece, la tip è da sempre una componente essenziale dello stipendio di camerieri e bartender. Oggi, però, anche da noi il confine tra queste due concezioni comincia a farsi meno netto.

La mancia non è e non può diventare parte dello stipendio

Il regime fiscale agevolato introdotto nel 2023 per i lavoratori del turismo e della ristorazione ha infatti trasformato per la prima volta un gesto privato in uno strumento di politica del lavoro: le mance, anche quando ricevute attraverso strumenti elettronici (cosa che accade sempre più spesso), sono soggette a un’imposta sostitutiva del 5 per cento, entro determinati limiti. L’obiettivo è riuscire ad aumentare il reddito netto dei dipendenti di un settore che soffre di una cronica carenza di personale, senza gravare ulteriormente sul costo del lavoro delle imprese. Ma è una scelta che ha aperto interrogativi inediti che vanno ben oltre il fisco. A chiarire a Lettera43 il punto di della questione è l’avvocato giuslavorista Francesco Antonio La Badessa, equity partner dello Studio legale Ichino Brugnatelli e Associati: «La mancia non è, e non può diventare, parte dello stipendio in senso tecnico. La retribuzione è quella stabilita dal contratto individuale e, soprattutto, dalla contrattazione collettiva applicata: è un obbligo del datore di lavoro, indipendente da qualsiasi liberalità del cliente». Anche parlare di «detassazione», precisa, non è del tutto corretto: «Le mance restano a tutti gli effetti reddito da lavoro dipendente. Semplicemente vengono tassate con un’aliquota ridotta rispetto alle aliquote Irpef ordinarie».