Alle otto del mattino, in qualunque bar di quartiere, il gesto è diventato riflesso: appoggiare carta o smartphone sul terminale per saldare un caffè e una brioche. Per il cliente è questione di istanti; per l’esercente, invece, quel tocco invisibile apre da anni la stessa domanda: quanto incide davvero un pagamento da 2, 5 o 10 euro sui margini?

È in questo scarto tra la semplicità dell’acquisto e l’erosione dei ricavi che si inserisce la svolta dell’intesa sui pagamenti elettronici firmata presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Un accordo che prova a ricalibrare costi e tutele in un mercato ormai dominato dal digitale.

Il sorpasso è nei numeri: nel 2024 i pagamenti elettronici hanno toccato 481 miliardi di euro (+8,5%), pari al 43% dei consumi, superando di fatto il contante, fermo al 41%. Con 3,5 milioni di POS installati, l’accettazione delle carte è divenuta infrastruttura essenziale del commercio. In questo quadro, l’obiettivo della misura varata al MEF è chiaro: evitare che l’obbligo di accettare pagamenti digitali si trasformi in un onere insostenibile per bar, edicole, artigiani e piccoli negozi. La platea tutelata è definita: operatori economici e professionisti con ricavi o compensi fino a 400.000 euro, la fascia con minore potere contrattuale rispetto alle grandi catene e quindi più esposta ai listini di banche e circuiti. Il cuore dell’accordo riguarda i micropagamenti.