In un articolo del 7 dicembre 2024, apparso sul quotidiano la Repubblica con il titolo «Clima, limitare le perdite», Lucio Caracciolo apre il suo scritto così: «Il cambiamento climatico è tema troppo serio per lasciarlo ai climatologi», mutuando questa esposizione da una nota affermazione di carattere militare. In qualità di “addetto ai lavori”, ritengo di essere d’accordo, con il caveat di limitare la sfera di azione nel suddetto tema, escludendo, in primis, appunto, qualche climatologo: questo non tanto per il civile distinguo consistente nel non generalizzare, ma perché, alas, esistono alcuni climatologi (ahimè, pochi ed inascoltati) che si rendono conto della gravità della situazione attuale e futura. Vediamo, in breve, qualche punto. Si dice, nel citato articolo: «Qualcosa non funziona nell’abracadabra ultima chiamata per la Terra / salvezza via neutralità carbonica, codificato da 145 Paesi tra cui 27 dell’Ue e gli Usa nell’obiettivo net zero: niente emissioni nette entro il 2050 (la Cina concede il 2060, l’India il 2070)». L’Autore non contesta né la diagnosi né la “terapia decarbonizzante”. Centra il problema sulla valutazione che la seconda non consegue dalla prima, considerando che «questa cura anti CO2 non ci salverà». Soprattutto osservando che «il presunto obbligo morale è non sequitur logico e fattuale». Tutto questo costituisce un alibi che ostacola l’adaptation in qualità di terapia parallela alla mitigation. E, continua l’Autore, «la battaglia per la decarbonizzazione è persa».Nel lontano 1983, in un mio articolo Gas carbonico e variazioni climatiche (in Rivista di Meteorologia aeronautica, XLII (1983), n. 1-2), scrivevo: «(…Sebbene sia un truismo, è importante ricordare che senza sorgenti non vi sarebbero emissioni, e senza emissioni non vi sarebbe inquinamento... E’ necessario mettere bene in luce il fatto che la forma fondamentale di monitoring dell’inquinamento è di controllare strettamente l’emissione dell’agente inquinante alla sua sorgente…)». Sono trascorsi molti anni, ma il warning è rimasto inascoltato. Nel 1958, le rilevazioni dell’Osservatorio di Mauna Loa (Hawaii), registravano una concentrazione media di CO2 pari a 335,32 ppm (parti per milione)[1]; oggi siamo giunti a 423,85 ppm (novembre 2024) e le misurazioni registrano aumenti record per gennaio, febbraio e marzo 2024. La crescita del mese di marzo rispetto allo stesso arco temporale dell’anno precedente è stata di 4,7 ppm, la più elevata per qualsiasi mese nella serie storica. Nel 2024, tale concentrazione è aumentata più rapidamente del 2016, anno che finora ne detiene il primato.Alla luce di quanto esposto, debbo essere d’accordo, come ho menzionato più sopra, con quanto descritto nell’articolo del 7 dicembre, ma, poiché vi sono attività dell’uomo nelle quali due parti in conflitto possono vincere (o ridurre le perdite, mentre nelle battaglie o si vince o si perde), desidero introdurre alcune considerazioni che, partendo dalle cause del problema, potrebbero rientrare nella mitigation, attenuando i danni. Per contezza del lettore, è necessario, di passaggio, sottolineare che i gas i quali hanno bande di assorbimento nella gamma di frequenze alle quali viene emessa l’energia della Terra (gas serra o GHG, Green House Gas) sono il vapore acqueo (H20), l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O), l’esafluoruro di zolfo (SF6) e l’ozono (O3). Il metano, nell’atmosfera, ha una vita media inferiore alla CO2 ma assorbe molta più energia solare. Questo gas serra contribuisce ad un sostanziale cambiamento climatico generale poiché molto efficiente. Per ciascuna molecola, il metano è 23 volte più efficiente della CO2, se misurato su un periodo di 100 anni. Tale valore è denominato potenziale di riscaldamento globale (GWP, Global Warming Potential). Si tratta di un pericoloso inquinante: esso persiste nell’atmosfera per un periodo che va da circa sette a dieci anni dalla sua emissione, per poi subire un’ossidazione che lo trasforma in CO2 ed altre sostanze chimiche. Il suo GWP, se misurato in un periodo ridotto (e.g., i primi anni dopo il rilascio nell’atmosfera) è di molto maggiore di 23, essendo stati misurati valori intorno a 100 ÷ 200. L’esafluoruro di zolfo, gas di sintesi formato da 6 atomi di fluoro riuniti intorno ad un atomo di zolfo, ha un impatto sul clima 22.800 volte maggiore di quello della CO2 ed il suo tempo di permanenza nell’atmosfera è di circa 3200 anni. Il protossido di azoto è un gas serra minore, con una concentrazione molto bassa nell’atmosfera ed un tempo di permanenza in essa di circa 120 anni. Deriva, in gran parte, dall’utilizzazione dei fertilizzanti artificiali.Nel passato ed attualmente, le associazioni “verdi” hanno indicato (ed indicano) come, singolarmente, si possano attenuare i cambiamenti del clima attraverso la riduzione dei GHG e, in particolare, del carbonio. Le azioni consigliate consistevano (e consistono) nell’isolamento degli edifici, nel riciclo dei rifiuti, nell’uso di veicoli con minore cilindrata, nella razionalizzazione dell’alimentazione (e.g., meno carne e più verdure) e dei desideri individuali. Certamente, quanto esposto fornisce un certo aiuto, ma è stato calcolato che, per esempio, se tutti gli abitanti di una grande nazione (e.g., il Regno Unito), attuassero, ai fini del risparmio energetico, tutte le azioni ed i comportamenti virtuali possibili nella vita quotidiana, il risultato sarebbe un decremento di appena del 20% nell’utilizzazione dell’energia: importo, senza dubbio, di sicura utilità, ma, come ebbe a sottolineare Sir David MacKay «se ognuno facesse un poco, si realizzerebbe solo un poco». Per fini ben più ampi, sono necessarie delle decisioni politiche coraggiose sulla produzione energetica. E in questo quadro non c’è molto da sperare, quando si esamina la storia delle dispute in seno all’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change; Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), dalla quale si evince che dall’iniziale entusiasmo del Protocollo di Kyoto (1997) si è passati al tragico fallimento delle riunioni di Copenaghen (2009) e di Durban (2011), nonché agli scarsi risultati delle riunioni annuali COP (Conference of Parties; Conferenza delle Parti), dalla prima (COP1), tenutasi a Berlino (1995), fino all’ultima (COP29), a Baku, Azerbaigian (novembre 2024; nel 2020, anno della pandemia da Covid-19, vi è stata la sospensione). A tutto questo si è recentemente unita la mancata intesa sulla plastica manifestatasi nel vertice sudcoreano di Busan (2 dicembre 2024). Qui, l’assemblea dell’ONU che avrebbe dovuto ratificare un trattato mondiale per limitare lo smisurato uso della plastica (e dei correlati rischi ambientali), si è conclusa con un nulla di fatto. Intanto, il Copernicus climate change service (C3S)[2] ha messo in evidenza che per la prima volta, in ogni giorno in un anno, nel 2023, la temperatura globale superficiale dell’aria ha raggiunto e superato di 1 °C il livello di temperatura preindustriale del 1850-1900. Quasi il 50% dei giorni sono stati più caldi di 1,5 °C rispetto al livello 1850-1900, e due giorni a novembre sono stati, sempre per la prima volta, più caldi di 2 °C. Sfortunatamente, i politici reagiscono ai problemi relativi ai cambiamenti del clima considerando solo le previsioni per il secolo corrente (e, a volte, per un arco di tempo minore), ritenendo che tali cambiamenti avranno termine dove i grafici prodotti dall’IPCC (International Panel on Climate Change) vanno oltre l’anno 2100. Una delle risposte tipiche di un politico consiste nel poter ridurre le emissioni inquinanti (e.g., del carbonio), nel futuro, per un periodo di tempo non determinato, specificamente “del 25/30 % entro il 2035”, od altra data di questo tipo, onde tenere sotto controllo i cambiamenti del clima. Questo è, nella migliore delle ipotesi, ingannevole, se non falso, dal momento che, per esempio, la quantità di CO2 che è stata immessa nell’atmosfera possiede un effetto di volano, poiché una molecola di CO2 nell’atmosfera ha una durata superiore a 100 anni, quindi il sistema Terra-atmosfera deve ancora raggiungere il potenziale riscaldamento relativo all’anidride carbonica che è stata introdotta nel passato: probabilmente è già stato manifestato solo la metà di tale potenziale. Pertanto, è di scarsa utilità ridurre le emissioni in futuro rispetto al ridurle nel presente e, più precisamente, diminuirle ora è meno utile di ridurre concretamente i livelli di CO2. Nelle condizioni attuali, i danni che dalla rivoluzione industriale abbiamo fatto nell’atmosfera non sono reversibili. Per dare un’idea di quanto la situazione sia seria, consideriamo quanto segue: il livello “naturale” di CO2 nell’atmosfera durante i periodi interglaciali era di 280 ppm, mentre il livello attuale è di 423,85 ppm, pertanto, fino ad oggi, sono state immesse nell’atmosfera 144 parti, soprattutto mediante l’utilizzo di combustibili fossili. Supponendo di cessare completamente l’emissione di CO2 (e trascuriamo gli altri GHG), quanto scenderebbero i livelli di CO2? Dato che il tempo di vita della CO2 aggiunta al sistema energetico del pianeta è di almeno 100 anni, si può pensare che un massimo dell’1,4% dell’anidride carbonica aggiuntiva potrebbe essere eliminato dal sistema ogni anno, quindi i livelli di CO2 diminuirebbero di solo 1,4 ppm durante il primo anno di astensione dalle emissioni di carbonio. Sarebbero, quindi, necessari 52 anni per raggiungere il livello di 350 ppm, valore, quest’ultimo, ritenuto dalla scienza una “soglia sicura” per l’umanità.Esistono alcune azioni veramente utili da avviare: vediamole brevemente. Ridurre realmente la quantità di CO2 nell’atmosfera attraverso la cattura e lo stivaggio del carbonio, ovvero il cosiddetto Carbon dioxide removal (CDR), con tecnologie già esistenti o che possano essere realizzate. Insieme all’implementazione simultanea di misure di mitigazione e altre pratiche di gestione del carbonio, il CDR è uno strumento utile per affrontare le emissioni dei settori più difficili da decarbonizzare, come l’agricoltura e i trasporti. La rimozione dell’anidride carbonica (CDR) comprende una vasta gamma di metodi, tra cui la cattura diretta dell’aria (DAC, Direct Air Capture) associata allo stoccaggio durevole; il sequestro del carbonio nel suolo, la rimozione e lo stoccaggio del carbonio della biomassa, la mineralizzazione potenziata, ovvero l’estrazione di rocce specifiche, come il basalto, in grado di assorbire la CO2 dall’aria e di convertirla in roccia per lo stoccaggio del carbonio a lungo termine; il CDR basato sull’oceano. L’oceano ha assorbito naturalmente quasi il 30% di tutte le emissioni di CO2 causate dall’uomo tra il 1800 e il 1994 e la ricerca sul clima ritiene importante aumentare tale assorbimento utilizzando tecniche CDR oceaniche: esse hanno lo scopo di proteggere o migliorare i processi biologici e geochimici naturali al fine di gestire il ciclo del carbonio nel sistema Terra-atmosfera e, pertanto, contrastare questo fattore primario del cambiamento climatico. Altre tecniche consistono nel fermare del tutto l’emissione di CO2 aggiuntiva utilizzando, e.g., l’energia nucleare al 100%, oppure “mascherando” il riscaldamento, una specie di “cerotto” usando la geoingegneria, di cui, ad esempio, uno degli approcci prevede alcune operazioni ingegneristiche su vasta scala, volte a riflettere o schermare parzialmente la radiazione solare: in questo caso, si parla del Solar radiation management (SRM, o geoingegneria solare). Questo metodo non è considerato un sostituto delle azioni di mitigazione dei cambiamenti climatici, che comprendono la decarbonizzazione e la riduzione delle emissioni dei succitati gas serra. Il sistema è pensato come riscontro all’evidenza attuale per la quale il ritmo delle riduzioni delle emissioni di CO2 e dello sviluppo/utilizzazione della tecnologia CDR non appaiono, da soli, sufficienti a fare fronte ai gravi impatti dei cambiamenti climatici nei prossimi decenni. Come accennato più sopra, il finanziamento della ricerca sul sistema in causa e sulla sua efficacia, nonché sulle eventuali conseguenze indesiderate costituisce la piattaforma per le decisioni concernenti la sua implementazione. È evidente che tutte queste tecnologie, nella loro attività di ricerca, sviluppo e realizzazione richiedono forti investimenti e, quindi, scelte governative coraggiose e non lontane nel tempo, ma è necessario tenere presente che si tratta di decisioni determinanti per il nostro pianeta: per ora, di pianeti non ve ne sono altri alle viste: trattiamolo con cura. [1] Un milligrammo è un milionesimo di chilogrammo, pertanto un milligrammo è una parte per milione del chilogrammo; quindi, se una sostanza ha un valore espresso in parti per milione (ppm), è come esprimerla in milligrammi per ogni chilogrammo; di conseguenza, 1 ppm = 1 mg/kg.[2] Il C3S opera in seno al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF, European Centre for Medium-range Weather Forecasts) per conto della Commissione europea. Immagine: Inquinamento da stabilimenti industriali. Crediti: Leonid Sorokin / Shutterstock.com