Il nome è di quelli capaci di trasformare in allarme una notizia sanitaria: Vibrio vulnificus, il cosiddetto “batterio mangiacarne”, è tornato a circolare sui social dopo alcuni casi registrati negli Stati Uniti e, soprattutto, dopo il rilancio di una notizia molto più vicina a casa nostra. Il batterio, infatti, era stato individuato già oltre vent’anni fa nelle acque e nel plancton dello Stretto di Messina.

Ma mettere insieme questi elementi per concludere che oggi esista un’emergenza nelle acque siciliane sarebbe un errore. La fotografia che emerge dai dati disponibili è molto più articolata: Vibrio vulnificus esiste, può provocare infezioni gravissime in determinate circostanze, ma la sua presenza ambientale non equivale automaticamente a un rischio diffuso per chi fa il bagno. L’Istituto superiore di sanità ha chiarito che il rischio di contrarre l’infezione nelle acque italiane è «estremamente basso», pur ricordando che in passato il batterio è stato rilevato anche nel nostro Paese.

Lo studio dell’Università di Messina del 2005

Il dato che ha riacceso l'attenzione sullo Stretto non è dunque una scoperta recente. Uno studio pubblicato nel 2005 da ricercatori del Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia Marina dell’Università di Messina documentò la presenza di Vibrio vulnificus in campioni di acqua di mare e plancton raccolti in una zona costiera dello Stretto.