Madrid vuol far credere che le sue ritorsioni a Schengen contro di noi siano connesse alla forte pressione migratoria verso l’Italia. Il nostro Paese è ancora una meta ambita, anche se i numeri indicano un trend in calo. Ma noi non abbiamo praticato sistematici respingimenti come la Spagna, cui vanno anche addebitati carenti soccorsi in mare. L’opinione di Fabio Caffio
Le accuse reciproche tra Roma e Madrid sono l’indice di antiche e mai sopite rivalità nel contesto politico ed economico internazionale, nascoste all’ombra della Ue. Diversa è soprattutto la storia dei due Paesi ed il loro cammino verso la democrazia che, per la Spagna, è cominciato in ritardo con la fine del Franchismo nel 1975 e con l’ingresso nell’allora Comunità economica europea nel 1986.
Si è già detto qui della competizione economica che vede la Spagna impegnata a ricoprire con successo – per esempio nel campo dell’automotive – ruoli produttivi che un tempo erano un nostro punto di forza.
Per stare all’immigrazione, in anni passati la Spagna si è blindata avvalendosi di assetti, finanziamenti, procedure Ue e stipulando accordi di cooperazione antimmigrazione con il Marocco. Diversa invece la storia dell’immigrazione irregolare del nostro Paese, caratterizzata da fasi alterne di respingimenti ed accoglienza. La tragica collisione tra la Corvetta “Sibilla” e la motovedetta albanese del 1997 segna un primo punto di svolta in favore del generalizzato soccorso in mare (Sar). Gli accordi con Tripoli del 2008 rappresentano un ritorno alla prassi del respingimento in mare sino a che con il caso Hirsi la Corte europea dei diritti dell’uono (Cedu) non ci ha condannato nel 2012 per aver attuato forme di respingimento collettivo.












