di Mario Garofalo

«Mi metto davanti allo schermo e parlo tutto il giorno con “Claude”», racconta Andrea Cecchi per spiegare quanto l’intelligenza artificiale sia ormai diventata un partner fondamentale. E mentre le richieste di lavoro crescono ad un ritmo otto volte superiore a quello del mercato, un problema c’è. E riguarda i giovani

I dirigibili hanno un sapore d’altri tempi, ricordano le avventure di Umberto Nobile e le trasvolate polari. Sembravano spariti dai nostri cieli, ma sono tornati per associarsi alla tecnologia più avanzata. Andrea Cecchi li utilizza per controllare i gasdotti e gli elettrodotti, li manda avanti e indietro lungo il percorso di tubi e fili per verificare che non ci siano cedimenti. Per farli alzare in volo, con le loro ali piene di elio, ha però bisogno di provare e riprovare, di immaginare tutti gli scenari possibili, perché gli intoppi sono sempre dietro l’angolo soprattutto se l’aeromobile non ha un pilota. E allora Cecchi, che guida una start up chiamata Flofleet, sviluppa il software con l’aiuto dell’AI e usa la stessa tecnologia per creare ambienti di simulazione virtualmente infiniti, dove i possibili incidenti vengono immaginati e prevenuti.

È solo un esempio, questo, di come l’intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro dell’ingegnere e in particolare dell’ingegnere informatico. «Mi metto davanti allo schermo», racconta Cecchi, «indosso le cuffie e comincio a parlare. Con chi? Con “Claude”. Ad alcuni posso sembrare un pazzo, ma è il mio modo di restare concentrato. Faccio coding (programmazione informatica, ndr) e intanto chiedo informazioni alla piattaforma di Anthropic, senza mai staccare gli occhi dallo schermo. È molto più veloce così, no?».