Il mondo delle professioni ha rivolto all’università un appello sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale. In questo periodo dell’anno, quando il «Generale agosto» avanza e la vita pubblica progressivamente disarma, vi è un’inflazione di documenti e lettere aperte. Sui giornali trovano più spazio. Non per questo, il più delle volte, se ne avverte il bisogno.
Questo documento, invece, merita attenzione. Coglie un punto essenziale, soprattutto per quel che concerne gli atenei del Mezzogiorno. In una fase segnata dalla perdita di capitale umano, dalla dispersione di competenze e dal disallineamento tra domanda e offerta di lavoro qualificato, l’AI può contribuire ad accrescere la produttività, tanto più nel momento in cui il Sud è chiamato a consolidare le basi che gli hanno permesso di crescere più del resto del Paese.
Il tema vero, però, non è se le università debbano occuparsi d’intelligenza artificiale. Questo aspetto può considerarsi scontato. Consiste, semmai, nel come lo faranno: attraverso quali percorsi si metteranno nelle condizioni di garantire autonomia critica e qualità d’apprendimento in una fase di profonde trasformazioni come è quella attuale.
Non è certo la prima volta che l’università si misura con l’innovazione tecnologica. A metà degli anni Novanta fu Internet a suscitare timori. Allora il confronto si concentrò sul plagio, sul rapporto con le biblioteche e sull’integrità degli esami. Assistemmo, in alcuni atenei inglesi in particolare, a plateali procedimenti disciplinari nei confronti degli studenti. In seguito, si comprese che Internet aveva trasformato il nostro modo di accedere alla conoscenza.






