di Emanuele Maggio
Incontrai Guccini oltre 15 anni fa, in un paesino della Toscana. Non doveva cantare ma parlare di qualcosa, forse di un suo libro. Aspettai che scendesse dal palco per avvicinarlo, feci quasi un agguato, senza pudore e senza vergogna. Riuscii ad incrociarlo mentre andava via ciondolando con quel suo corpaccione, e infilai nella sua mano un bigliettino, un invito per la Biennale Anarchica che un mio amico organizzava nel paese vicino. Bofonchiò un “grazie” senza risparmiare sulle “r”. Ovviamente non venne mai alla Biennale Anarchica, ma ricordo con divertimento che quella sera un po’ ci speravamo, almeno finché un vinaccio troppo economico non deviò i nostri spiriti verso altre chimere. Avevo 20 anni, quante balle si ha in testa a quell’età.
Muore il più telentuoso dei nostri cantautori “classici”: il più letterato, il più verboso, il più affabulatore. Quello che più di tutti ha rappresentato, credo, la dignità letteraria della canzone d’autore italiana. Certo, De Andrè ha congegnato i due miracoli inarrivabili della poesia in musica mondiale: La Buona Novella e Anime Salve. Ma Guccini ha avuto più continuità, più estro poetante, più qualità libresca della scrittura. Guccini costringe l’ascoltatore a concentrarsi per non perdere quel testo che esonda, sfilacciato rispetto alla tabella musicale, salmodiato sopra una musica che arranca.












