Oltre l’ex cortina di ferro è ciò che Amazon è per l’Occidente. Da settimane colonne di fumo nero si levano ogni mattina dai suoi oltre 90 centri logistici sparsi nello sterminato territorio della Federazione, da cui ogni giorno partono milioni di pacchi destinati a finire nelle case dei russi. I primi a essere attaccati sono stati il 18 luglio quelli di Kotovsk, nella regione di Tambov, e di Elektrostal, a 70 km da Mosca. L’ultimo raid è arrivato la scorsa notte a Ekaterinburg, a 1.400 km dalla capitale, nelle viscere profonde del continente. Da quando il 25 giugno Volodymyr Zelensky ha lanciato la “campagna di 40 giorni di pressione” per costringere Vladimir Putin a “porre fine alla guerra”, le forze di Kiev hanno incluso tra gli obiettivi anche Wildberries, il più grande rivenditore di e-commerce della Russia.
Quarantatre giorni dopo l’avvio delle operazioni, la guerra continua a infuriare e il Cremlino non mostra alcun segno di volerla fermare a breve. Ma un dato è certo: nel mirino di Kiev c’è ancora il gigante che ospita oltre 50.000 marchi, vende qualsiasi tipo di merci e grazie a una rete logistica fatta di 94.000 punti di ritiro detiene tra il 45% e il 50% del mercato russo del commercio online, con un fatturato annuo di 75 miliardi di dollari. Dal 18 luglio i droni ucraini hanno colpito 20 strutture logistiche in tutto il paese, distruggendo o danneggiando, secondo un’analisi delle immagini satellitari condotta da Reuters, almeno 1,18 milioni di metri quadrati dei suoi magazzini, pari a oltre un quinto della sua capacità di stoccaggio, uccidendo 13 persone, causando interruzioni nel suo network e rendendo invendibili tonnellate e tonnellate di merci.















