C’è una mappa che circola sui social, rilanciata da un account all’altro, elenca i trenta principali magazzini Wildberries, il luogo in cui si trovano, l’estensione in metri quadrati, se sono stati distrutti dai droni ucraini o soltanto danneggiati. La mappa è in continua modifica, perché un giorno dopo l’altro e con apparente, incredibile, facilità un nuovo hub viene colpito, prefigurando un possibile collasso di quella che viene da tutti definita l’“Amazon russa”, e conseguenze al momento imprevedibili per l’intera economia del Paese.

Ieri è stato colpito il centro logistico di Krasny Bor, nella regione di Leningrado: centocinquantamila metri quadri di superficie e capace di stipare sessanta milioni di articoli. Era il sesto nella mappa in ordine di grandezza. Il giorno prima era toccato al magazzino di Vladimir, una delle più antiche città della Russia centrale, ancora più importante: centosettantacinquemila metri quadrati di estensione e una capacità di stoccaggio quasi doppia.

Non è molto complicato imbattersi online nelle immagini delle imponenti colonne di fumo che si levano al cielo da un Wildberries, nonostante le autorità abbiano iniziato a perseguire chi diffonde i filmati, considerandoli degli atti di discredito per la nazione, e nonostante da lunedì ai dipendenti della catena sia vietato l’uso degli smartphone. Non era difficile, fino a qualche giorno fa, neppure trovare su X o Instagram (piattaforme proibite in Russia) i post di piccoli imprenditori disperati per la loro merce andata persa.