L’Onu potrebbe mandare in pensione le regole sulla tassazione delle multinazionali elaborate un secolo fa. E sostituirle con un nuovo modello che, in base a una simulazione del Tax Justice Network con la federazione sindacale mondiale Public Services International, consentirebbe di recuperare fino a 500 miliardi di dollari l’anno di gettito senza aumentare le aliquote, semplicemente tassando i profitti dove vengono realmente prodotti. Per l’Italia l’incasso aggiuntivo stimato sfiora gli 11 miliardi di dollari: un aumento del 58%. Per questo, spiegano le due organizzazioni, è cruciale che proceda in questa direzione il negoziato sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale, arrivato ora nel vivo. Al Palazzo di vetro New York i governi stanno infatti discutendo – si prosegue fino al 13 agosto – le prime bozze del trattato e dei protocolli attuativi, con l’obiettivo di arrivare l’anno prossimo all’approvazione del testo definitivo da parte dell’Assemblea generale. Tra i nodi da sciogliere c’è proprio la ripartizione dei diritti di imposizione tra Paese di residenza della capogruppo e Stati in cui effettivamente opera.

Per capire la portata della possibile svolta occorre un passo indietro. Le multinazionali vengono tassate in base a un principio elaborato negli anni Venti dalla Società delle Nazioni e poi sviluppato dall’Ocse. Ogni società del gruppo viene considerata come un’impresa autonoma: gli utili vengono attribuiti alle varie controllate sulla base dei cosiddetti prezzi di trasferimento (transfer pricing) applicati negli scambi interni. È il principio (“arm’s length”) secondo cui le transazioni infragruppo dovrebbero avvenire come se fossero concluse tra imprese indipendenti. Ma quel sistema è un colabrodo: consente ai grandi gruppi di registrare brevetti, finanziamenti o altre attività immateriali in un Paese a fiscalità ridotta e far confluire lì una parte consistente dei profitti anche se le vendite, i dipendenti e gli stabilimenti si trovano altrove. Così una bella fetta di utili finisce per essere tassata nei paradisi fiscali anziché nei Paesi in cui viene svolta l’attività economica. L’organizzazione parigina ha cercato di limitare le scappatoie con il progetto Beps e poi con la tassa minima globale del 15%, senza però modificare il principio di fondo.