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1 GENNAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 9:08
Cosa resta della tassa minima del 15% sulle multinazionali? Quelle basate negli Usa hanno ottenuto l’esenzione promessa l’estate scorsa dai Paesi del G7 a Donald Trump? A quattro anni dall’accordo di compromesso firmato da 139 Paesi per contrastare lo spostamento di profitti nei paradisi fiscali e le altre pratiche con cui i grandi gruppi sottraggono decine di miliardi di gettito ai governi, vale la pena di fare il punto sullo stato dell’arte. Decisamente deludente per chi aveva sperato che il cosiddetto “secondo pilastro” della nuova architettura globale segnasse una rivoluzione nel senso di una maggiore giustizia fiscale. Ma anche per l’amministrazione Usa, che non ha ancora visto concretizzarsi in una decisione formale le modifiche offerte da Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito.
L’Unione europea ha recepito la tassa minima con una direttiva vincolante entrata in vigore dal 1° gennaio 2024. I 27 Stati membri devono quindi applicare a livello domestico l’aliquota del 15% ai grandi gruppi multinazionali, affiancata da una tassa integrativa (Undertaxed Profits Rule) sui profitti delle multinazionali con sede in Paesi che non la applicano. Anche Regno Unito, Canada, Australia, Giappone e Corea del Sud hanno avviato l’applicazione. Crediti d’imposta e incentivi consentono comunque in molti casi di ridurre l’impatto reale del prelievo. Al momento il gettito complessivo per l’Ue è molto inferiore alle stime iniziali, anche se una recente analisi del Joint Research Centre della Commissione Europea stima che in caso di piena applicazione possa arrivare nel lungo periodo a circa 26 miliardi di euro l’anno di cui 6,6 per la Germania e 5,2 per la Francia. Il governo italiano, recependo la direttiva Ue, ha previsto di ricavare dalla riforma solo 400 milioni l’anno.








