Sono 55 i Paesi e i territori che hanno attuato – almeno in parte – l’imposta minima globale. Tutti Paesi che ora si trovano spiazzati dall’intesa raggiunta a fine giugno nel G7 tra le montagne di Kananaskis, in Canada: l’accordo, infatti, prevede l’esenzione dal nuovo tributo per le multinazionali la cui capogruppo ha sede negli Stati Uniti, comprese le grandi aziende tecnologiche (big tech). Se si aggiunge che la Cina non si è mai impegnata ad applicare l’imposta, si capisce che l’ambizione di arrivare a una tassa “universale” minima del 15% viene vanificata dall’esclusione delle due maggiori economie mondiali. Lasciando a metà strada tutti coloro che, come l’Italia, si erano portati avanti con l’attuazione.

Il progetto Ocse

Il percorso per arrivare a un prelievo globale sui gruppi con ricavi di almeno 750 milioni di euro è partito nell’ambito dell’Ocse e dal 2021 ha raccolto l’adesione di oltre 140 Paesi. In sintesi, l’idea era neutralizzare i meccanismi di spostamento dei profitti nei Paesi dove le tasse sono più basse, consentendo agli Stati in cui operano le multinazionali di applicare a cascata tre diversi tipi di prelievo (l’imposta minima domestica, l’integrativa e la suppletiva). Le stime ipotizzavano un gettito annuo aggiuntivo di 220 miliardi di dollari a livello mondiale (circa 190 miliardi di euro al cambio attuale).