di Carmelo Sant’Angelo

Non è vero che sono sempre i migliori “quelli che se ne vanno”. Da alcune ore giornali e televisioni si stanno affannando a farcelo capire, con quella velata angoscia di non poter essere ancora più espliciti, almeno quanto vorrebbero.

La morte è quella di Francesco Guccini. Di norma, in occasione della morte di un personaggio illustre, si assiste al noto fenomeno sociologico della “appropriazione simbolica del lutto”. Chi esprime il cordoglio utilizza questo triste evento per appropriarsi di parte del prestigio del “de cuius”, presentandosi come suo amico, confidente, allievo prediletto, interlocutore privilegiato. Le foto postate sui social servono ad avvalorare questo suo ruolo, rimasto fino a quel momento ignoto o misconosciuto alla collettività. Gli anglo-sassoni parlano di “virtue signaling”: il messaggio serve soprattutto a mostrare pubblicamente la propria vicinanza, morale o personale, alla figura scomparsa. Gli americani, che sono più guasconi, utilizzano il termine “BIRGing” (Basking in Reflected Glory), traducibile come “crogiolarsi nella gloria riflessa”, indicando il comportamento di chi aumenta la propria autostima associandosi pubblicamente al successo e alla fama altrui.