L’omaggio del cantautore bolognese al maestro di Pavana. Tra ricordi personali, il legame con la memoria del padre e un appello per la scuola: «I suoi versi entrino nei programmi didattici accanto ai grandi poeti italiani»

«C’era un gran silenzio fuori ieri e dentro tutto il trambusto possibile. Così non ho chiuso occhio stanotte. Non avendo conosciuto l’ebbro vociare delle osterie fuori porta ho pensato che questo turbamento somigliasse a quel casino notturno di discussioni e risate e accordi di barrè per chitarre stonate». È partendo da questa inquietudine notturna che Cesare Cremonini ha affidato ai social una densa e profonda riflessione dedicata a Francesco Guccini, scomparso ieri e figura centrale della canzone d’autore, un riferimento umano prima ancora che artistico.

I padri e il potere del linguaggio

Nel racconto di Cremonini, la figura del maestrone di Pavana si sdoppia: da un lato c’è l’uomo, «il padre di Teresa, a cui voglio bene», dall’altro un padre ideologico per intere generazioni. Un legame che passa inevitabilmente attraverso l’uso della parola. «I padri sono cuori di pietra perché le posseggono, le parole. Bisogna poi litigarci, con i padri, per farsi la propria lingua». Un dinamismo generazionale che il cantautore illustra citando anche un altro gigante della musica italiana: Lucio Dalla. Orfano in tenera età, Dalla dovette cercare quel confronto paterno nel poeta Roberto Roversi, che quelle parole «gliele insegnò una per una», permettendogli di forgiare la propria identità artistica.