Nella politica degli algoritmi alcune espressioni del passato sono finite in soffitta.
In alcuni casi si può dire «meno male», in altri invece occorre ammettere che l’archiviazione è stata troppo frettolosa.
Tra le mille analisi su un centrosinistra che sembrava avere il vento in poppa dopo il referendum sulla giustizia, salvo ritrovarsi cinque mesi dopo senza perimetro, senza programma e con una battaglia prematura sulla leadership, manca un focus sull’assenza pressoché totale di un «progetto culturale» che funga da pilastro di una possibile unione tra forze politiche e movimenti civici.
Per «progetto culturale» si intende una disamina seria e rigorosa del presente e del recente passato, una messa a fuoco dei «grandi mali» del Paese all’interno di un quadro europeo e internazionale mutato, una fotografia realistica del popolo italiano, e delle diverse generazioni, nei suoi umori, nelle sue paure, nelle sue aspettative.
Per «progetto culturale» si intende un quadro chiaro delle risorse materiali e immateriali su cui poter contare per raggiungere obiettivi strategici che portino benefici nel breve, medio e lungo termine, secondo la logica dell’interesse generale e del bene comune.









