Ci sono tre caposaldi essenziali che sono stati clamorosamente dimenticati o, peggio ancora, archiviati durante gli anni della cosiddetta seconda repubblica. E si tratta di tre caposaldi che, paradossalmente, restano di una straordinaria attualità e modernità anche nell’attuale stagione politica italiana. Parlo, cioè, delle tre grandi culture che hanno, appunto, caratterizzato la miglior stagione democristiana e delle forze democratiche del nostro paese. Ovvero, la cultura di governo, la cultura della coalizione e la cultura della mediazione. Tre aspetti che, quando mancano o vengono richiamati solo con una modalità burocratica e protocollare, rischiano di mettere in crisi l’intero impianto democratico. Del resto, è appena sufficiente gettare uno sguardo, anche solo rapido, sul comportamento concreto e politico delle principali coalizioni per rendersi conto delle degenerazioni che le accompagno. E questo per una ragione persino troppo semplice da spiegare. E cioè, quando in una coalizione prevalgono le forze populiste, massimaliste ed estremiste è quasi scientifico, nonchè scontato, che la cultura di governo e la cultura della mediazione vengono sacrificate sull’altare di altri disvalori. Appunto, il populismo e l’estremismo sono incompatibili con la cultura di governo. E quando, di conseguenza, le venature illiberali e le tentazioni autoritarie prevalgono è la cultura della mediazione a pagarne il prezzo più alto.