Politica e giornalismo. Esistette (verbo non casuale) una stagione in cui la struttura della narrazione pubblica manteneva ancora una parvenza di reciprocità, un rituale disciplinato, quasi liturgico, in cui la parola del potere accettava di essere attraversata da un controcanto. Non si trattava di trasparenza, concetto spesso sovrastimato, quanto di una forma codificata di proficuo attrito. Il linguaggio, allora, non era ancora completamente semplificato e conservava margini di imprevedibilità, interstizi in cui poteva insinuarsi l’imprevisto, talvolta perfino il dissenso. Nondimeno una notizia. Oggi, quella grammatica appare un reperto archeologico.
La comunicazione si è progressivamente sottratta alla dimensione dialogica per assumere la forma di un ambiente conosciuto e, dunque, confortevole. Un ecosistema autosufficiente, capace di generare e assorbire un significato senza necessità di verifiche esterne. Non domanda, predispone. Non si espone, dispone. La differenza non è soltanto semantica: riguarda la natura stessa del fenomeno. I natali di questa cesura - come accade spesso nella storiografia della nostra Repubblica - rimandano a un nome: Silvio Berlusconi. Non tanto per ciò che ha detto o non detto, fatto o non fatto, ma per aver compreso prima di altri che il potere non ha solo bisogno di saturare i vuoti: l’obiettivo vero è convincere. Apparire credibile. Da lì tutto discende.








