Nel 2021 scrissi su questo giornale che la comunicazione politica stava entrando nell'era degli influencer. Forse avevo ragione. Ma guardavo nel posto sbagliato.
Ero concentrato sull'emittente: chi comunica, come comunica, con quali strumenti. Era una diagnosi corretta dell'epidermide. Quello che non avevo visto, o non con sufficiente nitidezza, è che il problema vero non è mai stato chi parla. È il cervello a cui si parla. Quel cervello, nel frattempo, è cambiato. Non in senso metaforico. In senso neurologico.
Il cervello ricablato
Anna Lembke, professoressa di psichiatria a Stanford, nel suo L'era della dopamina descrive qualcosa che chi fa comunicazione politica dovrebbe leggere prima di qualunque manuale di marketing. Il cervello umano funziona su un equilibrio piacere-dolore. Ogni gratificazione inclina la bilancia, poi il cervello compensa nella direzione opposta. È un sistema evolutivo perfetto che i social media hanno hackerato con precisione da ingegneri. Non erogano gratificazioni continue, quello annoierebbe. Le erogano intermittenti e imprevedibili. Come le slot machine. Il like che arriva, quello che non arriva, il commento inaspettato. Il cervello si ricabla. Impara a cercare quegli spike di gratificazione a brevissimo termine, perde progressivamente la capacità di investire in ricompense lontane.








