Certa politica è merce avariata. La comunicazione è il grande bluff che la vende. Il paradosso? Più il prodotto peggiora, più la confezione seduce.

È una propaganda pericolosa. Lo è diventata quando ha smesso di voler convincere e ha cominciato a manovrare il processo con cui si formano le opinioni. La destra radicale e nostalgica ha scelto di comunicare proprio così, facendo della propria narrazione il filtro attraverso cui leggere i fatti. Cambiare un’opinione richiede spessore, cultura e contenuti. Molto più semplice competere sul terreno della viralità. Per chi considera ogni condivisione social un investimento elettorale, il valore di un contenuto non dipende più dalla sua attendibilità, ma dalla capacità di circolare, essere condiviso e ripetersi.

È un meccanismo studiato da decenni. Daniel Kahneman ha spiegato come il nostro cervello tenda a fidarsi di ciò che riconosce: un’affermazione ripetuta richiede meno fatica per essere elaborata e, proprio per questo, appare più plausibile. Non perché sia vera, ma perché è diventata familiare. Lo osserviamo ogni giorno nella comunicazione politica digitale.

Aprite un social qualsiasi. Prima ancora di imbattervi in un programma politico incontrerete slogan. “La criminalità è fuori controllo”. “L’immigrazione è incontrollata”. A forza di essere ripetuti diventano il perno del ragionamento. Quando è stata pubblicata la classifica delle città italiane con il maggior numero di denunce, molti l’hanno letta come la prova di un’esplosione della criminalità. Eppure, quella graduatoria misurava soprattutto il numero delle denunce presentate: un dato che riflette una maggiore propensione a denunciare e, quindi, una maggiore fiducia nelle istituzioni. Perché, allora, per una parte del Paese l’unica lettura possibile è quella di un’Italia nella morsa della criminalità?