La lotta alla disinformazione ha un tallone d’Achille che non riguarda le fake news, bensì l’identità: basta evocare un “nemico” sociale perché il disaccordo politico aumenti fino al 35%.

È la conclusione di un nuovo studio, pubblicato nel marzo 2026 e condotto su quasi 13.000 cittadini statunitensi, che spiega perché i fatti, presi nella loro nuda evidenza, spesso non riescano a ricucire le fratture di una società sempre più divisa.

La ricerca, firmata da Nicola Gennaioli, Frederik Schwerter e Guido Tabellini, si fonda su un esperimento su larga scala che ha semplicemente invertito l’ordine delle domande poste a un campione rappresentativo. A una parte dei partecipanti è stato chiesto innanzitutto di identificare e descrivere il “gruppo nemico” percepito come più minaccioso — per esempio miliardari, immigrati, “woke” o sostenitori delle armi — prima di esprimere le proprie posizioni su dieci temi economici e culturali.

Il risultato è netto: senza introdurre alcuna nuova informazione né bufale da smentire, il solo attivare l’appartenenza e il pensiero del “noi contro loro” accresce drasticamente la polarizzazione.

Questo dato solleva un interrogativo cruciale sul ruolo del giornalismo di verifica. La letteratura scientifica conferma che il fact-checking non è inutile ed è in grado di correggere errori fattuali o ridurre la credenza nella disinformazione; tuttavia fatica enormemente quando opera in un contesto già saturo di “ostilità simbolica e letture tribali”.