di Venanzio Postiglione
Le fake news, sempre esistite, adesso viaggiano, si diffondono e si allargano a una velocità infinita. Il controllo delle fonti è diventato una necessità, un'urgenza e un'ossessione. E la strada giusta resta una sola: la fiducia che lega chi legge e chi scrive
Pochi anni. Passaggio d’epoca. Una regola, nei giornali, era semplice, dritta: «Faccio presto». Passano i mesi, siamo a oggi, la frase chiave è un’altra: «Devo controllare». Certo che la rapidità resta vitale. Certo che le notizie si verificavano anche prima. E ci mancherebbe. Però. Però il diluvio di notizie, spesso false, ha stravolto le abitudini di chi scrive e di chi legge. Ci siamo persi la verità. L’informazione (e la vita stessa) si basano sui fatti e sono permeate dai fatti: una volta che sappiamo che cosa è successo e che cosa non è successo, e magari ne siamo certi, possiamo percorrere la prateria delle idee, delle opinioni opposte e anche radicali, dei punti di vista più bizzarri e stravaganti. Ma qui, ora, ogni giorno è una salita: questa foto l’ha scattata una persona o l’ha creata l’intelligenza artificiale? E la frase che leggiamo sui social? Una cosa seria o un’invenzione?
Quando nel gennaio 2017 gli americani si dividevano sulla reale partecipazione delle persone all’insediamento del primo Trump (più o meno di Obama?), la consigliera del neo presidente Kellyanne Conway snobbò la prova fotografica. E propose la tesi dei “fatti alternativi”: per te è vera una cosa, per me un’altra. Chiaro, no? La realtà generata dall’opinione. E nessuno chiamò gli infermieri. «Io vedo solo quel che credo»: il lapsus, voluto o non voluto, di Eric Zemmour durante la campagna presidenziale francese del 2022 sembra il simbolo dell’epoca. Una sorta di verità percepita. Che molti leader populisti lanciano e rilanciano, una fetta dei social non aspetta altro. Le fake news, sempre esistite, adesso viaggiano, si diffondono e si allargano a una velocità infinita. Orson Welles lo afferrò il 30 ottobre 1938, quando aveva 23 anni, via radio: con La guerra dei mondi raccontò che erano arrivati i marziani, terrorizzando gli americani. L’esperimento colpì l’opinione pubblica e George Orwell, un genio che elogiava un genio, ci tornò due anni dopo, il 26 ottobre 1940. «Gli atti di fede in gioco erano due e distinti: primo, che il programma fosse un notiziario e, secondo, che si dovesse credere a quel che dice un notiziario. L’aspetto davvero sbalorditivo è che pochissimi ascoltatori ritennero fosse il caso di sincerarsene. È questo stato d’animo ad aver spinto nazioni intere nelle braccia di un Salvatore». Poco da aggiungere.






