La verità è che oggi, come scrivevo ieri, si stanno lasciando marcire tutti i pilastri della democrazia e della libertà di stampa non frega niente a nessuno
Giornali (foto di archivio)
Torno su quanto ho scritto ieri sulla crisi di Repubblica e Stampa perché sono stato raggiunto da centinaia di messaggi, dei quali tralascio quelli di plauso (Laus in ore proprio vilescit) per dar spazio alle obiezioni, in particolare quelle di un amico, il quale sostiene che se gli imprenditori italiani non vogliono più diventare editori è in sostanza per tre motivi: 1) nessuno butta via i soldi volentieri; 2) i giornalisti sono troppo sindacalizzati; 3) i giornali sono fatti meno bene che in passato.
Rispondo così. Fino alla fine degli anni Novanta i quotidiani producevano utili su utili (e il sindacato dei giornalisti era immensamente più potente di adesso...). La crisi è cominciata perché l’avvento di Internet non è stato gestito in alcun modo, né dalla politica né dall’imprenditoria: così i giornali hanno cominciato a regalare i propri contenuti, illudendosi che la pubblicità avrebbe garantito i guadagni come era avvenuto nelle tv libere di Berlusconi. Un errore di strategia colossale. Il calo della qualità nasce da lì, perché per far quadrare i conti si è pensato solo a fare tagli su tagli, impoverendo le redazioni.








