Diciamo la verità: la richiesta di un intervento dello Stato sul mercato per salvare la linea editoriale, fra l’altro fortemente e fieramente orientata, di un giornale è qualcosa a cui non ci era mai capitato di assistere. Di interventi per salvare i posti di lavoro sì, ma del tipo in questione proprio no. Eppure, a ben vedere, è questa la richiesta che viene fatta in questi giorni da molti esponenti di sinistra, nonché da tutto quel “piccolo mondo antico”, in declino ma sicuramente ancora molto influente, che attorno al giornale-partito di Repubblica gira. Lo ha messo nero su bianco ieri, in un editoriale pensato e non banale, l’ex direttore del quotidiano, Ezio Mauro. Il quale, dopo aver osservato che esiste una “natura specifica del prodotto-giornale”, ha scritto che quando “l’editore cede l’azienda va individuata una soluzione coerente con quel vincolo culturale” che lega il giornale al lettore e che è la sua “natura, o anima, o carattere”. Ma, di grazia, quale prodotto commerciale non è scelto dal consumatore o fruitore per la sua specificità o qualità? Ovviamente, l’editore anche fa le sue scelte, valuta cioè se gli conviene perdere quello zoccolo duro di lettori per acquisirne eventualmente altri o no, se soddisfare con l’acquisto altre esigenze oltre a quelle commerciali e quali. È lui che investe i soldi ed è lui che deve poter essere libero di inseguire i suoi interessi legittimi. Certo, deve essere attento alle conseguenze che le sue scelte possono comportare, ma non gli si può vietare di inseguire il proprio utile. L’editore è un imprenditore, non un benefattore o un mecenate. Non suoni irriverente il paragone, ma se un nuovo (o lo stesso) proprietario della Nutella decidesse di cambiarne il gusto deve mettere in carico i rischi che il suo azzardo comporta ma non può essere limitato dallo Stato se non per il rispetto delle leggi.
Repubblica, perché la crisi è anche culturale | Libero Quotidiano.it
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