di
Tommaso Pellizzari
Franco non superò il provino nelle giovanili nerazzurre. E come succede per molte storie d’amore mancate, l’oggetto del desiderio si era trasformato nel suo opposto
Se a un gigante della letteratura come André Gide (quando lavorava in una casa editrice) è capitato di bocciare il manoscritto della Recherche di Proust, può anche succedere — come in effetti è capitato — di essere un tecnico delle giovanili dell’Inter e bocciare Franco Baresi a un provino. E se Gide se ne pentì per tutta la vita, i tifosi dell’Inter ebbero spesso modo di capire quanto la loro vita sarebbe stata diversa se quel provino si fosse concluso positivamente: perché l’amatissima Nazionale di Azeglio Vicini, eliminata in semifinale all’Europeo del 1988 e al Mondiale casalingo del 1990, era costruita su un fortino difensivo tra i migliori mai visti, in maggioranza nerazzurro (Zenga-Bergomi-Ferri) più appunto Baresi (una specie di 3-5-2, con un certo Paolo Maldini a fare quello che oggi si chiamerebbe «il quinto di sinistra»). Ma era troppo tardi. E come succede per molte storie d’amore mancate, l’oggetto del desiderio si era trasformato nel suo opposto. A peggiorare le cose si aggiunse l’ideologia: quella calcistica, per cui la rivoluzione di Sacchi era il nuovo che si contrapponeva alla scuola italiana di Trapattoni (sulla panchina dell’Inter).












