La situazione è grave, ma evidentemente non abbastanza seria da essere una priorità assoluta. Almeno questo è il segnale politico che arriva dalla decisione di Adolfo Urso e degli altri ministri competenti di disertare il faccia a faccia con i sindacati, il primo programmato in settimana per trovare una soluzione al decreto di spegnimento dell’area a caldo dell’Ilva, stabilito dalla Corte d’Appello di Milano. In ballo ci sono almeno 5mila esuberi diretti e un’inevitabile, pesante, conseguenza per altri 10mila dipendenti dell’indotto, ma al tavolo tecnico convocato al Mimit non c’era nessun membro del governo. Non Urso, né la ministra del Lavoro Marina Calderone e nemmeno Gilberto Pichetto Fratin. Asenti anche Giancarlo Giorgetti e Tommaso Foti. Neanche l’ombra di un sottosegretario. A presiedere il tavolo è stato il capo di gabinetto del ministero delle Imprese e del Made in Italy, Federico Eichberg.

Una decisione che l’Usb definisce “irrispettosa” e “deludente”, anche tenuto in conto che “ci è stato detto che è un tavolo di ascolto, quindi finora cos’hanno fatto?”, si chiede retoricamente Sasha Colautti dell’esecutivo nazionale. “È chiaro che era un tavolo tecnico, ma alla fine le risposte devono essere politiche”, sottolinea il segretario generale della Uilm Davide Sperti spiegando che giovedì pomeriggio arriverà una nuova comunicazione ai sindacati al termine degli incontri già in programma con le associazioni datoriali, gli enti locali e le imprese dell’indotto. Un trittico di incontri al quale seguirà poi una riunione tra i ministri e un nuovo calendario. “Al governo non sono bastate 8 ore di sciopero per capire che questa è un’emergenza. L’incontro è stato negativo”, ha sentenziato il leader della Fiom, Michele De Palma. “Il conto alla rovescia è già cominciato – ha aggiunto – Non c’è più tempo. Lo dico a Giorgia Meloni, all’opposizione e agli enti locali: il gioco non è quello dello struzzo, devono assumersi la responsabilità. Noi non staremo a guardare”.