Mese più, mese meno, settant’anni fa: “Il mio rapporto con la matematica è stato pessimo fin da quando, compiendo un errore clamoroso, scelsi il liceo scientifico. In Italiano e Filosofia non ero male, ma il mio più caro amico aveva deciso di rovinarsi i pomeriggi con le equazioni e io non volevo perderlo. Lo seguii. Voti tremendi, nebbia sulla fisica, imbarazzi sulla chimica”. A tre mesi dagli 88 anni Pupi Avati colora la memoria mentre guarda foto in bianco e nero alle pareti senza lamentarsi mai del caldo. Sostiene che ogni passo della sua vita sia stato accompagnato dalla sacralità: “Nel lavoro, nell’amore e nel cinema” e che i ricordi non siano davvero un’infinita gita scolastica o la somma delle immagini di un’epoca, ma somiglino a una sottrazione, a un segno negativo, a un conto in rosso: “Se mi guardo con onestà la sensazione di aver fatto il film della mia vita o di aver detto con sufficiente chiarezza, coraggio e disinibizione quello che avrei voluto dire e adesso forse è un po’ tardi per recuperare, non ce l’ho”.

il film horror La casa dalle finestre che ridono. foto getty images

E quanto le dispiace?

“Mi dispiace che a un anziano come me manchi la sfrontatezza. È un elemento fondamentale per la creatività, ti aiuta a immaginare cose che vanno oltre il ragionevole”.