Il regista è l’occhio che osserva, che scruta il mondo in cui vive, che si guarda allo specchio per costruire i personaggi di un film, nati spesso da scaglie di memoria di cose vissute, di esperienze mai dimenticate. Nel caso di Pupi Avati, nome tra i più illustri del nostro cinema, tutto questo assume significati alti e di forte impatto emotivo, proprio perché i protagonisti delle sue storie cinematografiche sono uomini e donne di tutti i giorni, persone che potremmo aver incontrato nella realtà, e forse abbiamo davvero incontrato, e nelle quali ci siamo riconosciuti per qualche ragione.

Non di rado i film di Avati propongono un viaggio che dalle tenebre porta alla luce, che alludono al destino dell’uomo su questa terra, ai sentimenti complessi che animano le vite di ognuno di noi, alle donne abbandonate e tradite eppure mai sconfitte, al dolore in grado di aprire il cuore permettendo prese di coscienza nuove e sorprendente riscatto dal male.

Nel suo ultimo film ‘Nel tepore del ballo’, uscito nelle sale a fine aprile, tutto questo emerge con particolare vigore attraverso intense tematiche di grande significato sociale. In estrema sintesi, questa storia di caduta e redenzione, di una sete sfrenata di successo che prelude al disfacimento, ha come parola chiave il tema sempre aleggiante della manipolazione. Un meccanismo funzionale al sistema fatto di regole ciniche e massacranti, che a partire dai rapporti affettivi impone mille compromessi destinati a diventare imperativi nel mondo dello showbusiness e per gli sciacalli che lo costellano. “La verità è che rischiamo tutti di diventare vittime della impellenza di emergere e per questo siamo disposti a tutto. Senza accorgerci che nel frattempo ci stiamo smarrendo, che stiamo perdendo la parte migliore di noi stessi". Una foto di scena del film 'Nel tepore del ballo"