«Stavo guardando la Roma in tv con amici e colleghi quando squillò il telefono. Era Pupi Avati che mi raccontava il film con la passione di un giovane regista al debutto». Massimo Ghini è protagonista di «Nel tepore del ballo», riprese appena concluse. Storia di caduta e rinascita. Avati ci dice che per Ghini, 70 anni, è un’occasione importante, visto che è un attore marginalizzato.
E’ così?
«Pupi è uno sperimentatore. Sì, marginalizzato da un certo cinema, ci convivo da tutta la vita, se fosse dipeso da alcuni critici e da certi autori vivrei sotto un ponte. Evidentemente, ho un talento che mi tiene in piedi».
Sembra sempre che lei debba giustificarsi per i cinepanettoni.
«Eppure sono l’unico rappresentante di sinistra che ha fatto l’uomo di sinistra: sono uno dei fondatori del Pd, sono stato consigliere comunale e per dodici anni a capo del sindacato attori, dove mi sono fatto da parte perché sarei diventato come Kim Jong-un in Corea. Però poi mi dedicai all’Imaie che tutela gli artisti e lì, sui fondi, molti anni prima del film mai girato del killer americano (ma quello è un dramma) ho scoperto che c’è del marcio in Danimarca. Mi hanno accusato di essere l’attore ricco e famoso che non vuole distribuire i soldi. Ho avuto contro il salotto di Capalbio».








