Il Conte-pensiero esplicitato nell’intervista alla Stampa è il «manifesto ideologico» del Movimento 5 Stelle che si prepara alle prossime elezioni politiche. Con cui il Pd dovrebbe seriamente fare i conti, perché i punti pentastellati appaiono scarsamente negoziabili, e lo stesso ex premier suggerisce un metodo ultimativo di risoluzione delle controversie programmatiche: le primarie (ovvero ai dadi, o meglio ai gazebo). Si potrebbe osservare che fino a poco tempo fa il leader 5 Stelle affermava che si dovesse redigere il programma prima delle (eventuali) primarie, che ora – forse anche sulla scorta di sondaggi che segnalano qualche difficoltà in questo ambito per la segretaria dem – diventano, invece, dirimenti pure per la stesura delle proposte della campagna elettorale. E, dunque, la posizione sull’Ucraina e la politica estera – tra gli elementi di frizione più sensibili – vengono direttamente calate nell’agone delle preferenze dei simpatizzanti (e dei passanti); e, viene da dire, chissà cosa sarebbe stato della collocazione internazionale dell’Italia nel secondo dopoguerra se i politici della Prima Repubblica avessero scelto logiche similari, rinunciando a svolgere il loro ruolo. «Dalla Russia con furore» alla Tav, dalla gestione dell’immigrazione a un nuovo «Piano Mattei» sino agli attacchi a Trump, il già “Giuseppi” delinea una serie di orientamenti tipici di una forza semi-movimentista che continua a non rinunciare alle sue ambiguità, e li declina all’insegna della consueta abilità tattica e spregiudicatezza pragmatica. Si tratta della collaudata liturgia del «trasformismo (un tempo era la decrescita...) felice», vale a dire l’ambivalenza strutturale del «CamaleConte», che ha l’esigenza prioritaria di mantenere agganciati certi bacini di consensi. Di qui, il ripresentarsi di quel vago sentore antisistema che continua a piacere a colui che è riuscito a rivestire la carica di presidente del Consiglio in due esecutivi ideologicamente agli antipodi, come pure il perdurare dei tratti di quel populismo che costituisce la carta di identità politica autentica dell’ex, ma comunque eternamente, «Avvocato del popolo». Il «camalecontismo» sa essere egemonico come poche altre formule; sembra un paradosso (e, in effetti, lo è, in senso postmoderno), ma la sua adattabilità in un contesto di idee deboli quali quelle della politica odierna lo rende alfine forte e in grado di indirizzare gli alleati. E ne fa, una volta di più, una spina nel fianco per un’offerta progressista autenticamente di governo. La questione è che Conte possiede un’agenda – a geometrie variabili, e in modo molto discutibile, ma nello scenario della postpolitica la coerenza non costituisce un requisito; e, pertanto, finisce per orientare programmaticamente una sinistracentro (e non più centrosinistra...) destinata a rimanere sostanzialmente un cartello elettorale, anziché convertirsi in una coalizione a tutti gli effetti. Mentre il Pd a guida schleiniana veste i panni del «partito balneare», intento alle vacanze agostane e incapace di dettare la linea al proprio schieramento. Una forza politica paralizzata dal timore di spezzare il fragile incantesimo retorico dell’unità a tutti i costi del campo largo, e arrivata persino a temere quello strumento – le primarie – di cui è stata inventrice e custode.
Il camaleontismo di Conte e il Pd balneare di Schlein
Il Conte-pensiero esplicitato nell’intervista alla Stampa è il «manifesto ideologico» del Movimento 5 Stelle che si prepara alle prossime elezioni politiche. Con cui il Pd dovrebbe seriamente fare i conti, perché i punti pentastellati appaiono scarsamente negoziabili, e lo stesso ex premier suggerisce un metodo ultimativo di risoluzione delle controversie programmatiche: le primarie (ovvero ai dadi, o meglio ai gazebo). Si potrebbe osservare che fino a poco tempo fa il leader 5 Stelle affermava che si dovesse redigere il programma prima delle (eventuali) primarie, che ora – forse anche sulla scorta di sondaggi che segnalano qualche difficoltà in questo ambito per la segretaria dem – diventano, invece, dirimenti pure per la stesura delle proposte della campagna elettorale. E, dunque, la posizione sull’Ucraina e la politica estera – tra gli elementi di frizione più sensibili – vengono direttamente calate nell’agone delle preferenze dei simpatizzanti (e dei passanti); e, viene da dire, chissà cosa sarebbe stato della collocazione internazionale dell’Italia nel secondo dopoguerra se i politici della Prima Repubblica avessero scelto logiche similari, rinunciando a svolgere il loro ruolo. «Dalla Russia con furore» alla Tav, dalla gestione dell’immigrazione a un nuovo «Piano Mattei» sino agli attacchi a Trump, il già “Giuseppi” delinea una serie di orientamenti tipici di una forza semi-movimentista che continua a non rinunciare alle sue ambiguità, e li declina all’insegna della consueta abilità tattica e spregiudicatezza pragmatica. Si tratta della collaudata liturgia del «trasformismo (un tempo era la decrescita...) felice», vale a dire l’ambivalenza strutturale del «CamaleConte», che ha l’esigenza prioritaria di mantenere agganciati certi bacini di consensi. Di qui, il ripresentarsi di quel vago sentore antisistema che continua a piacere a colui che è riuscito a rivestire la carica di presidente del Consiglio in due esecutivi ideologicamente agli antipodi, come pure il perdurare dei tratti di quel populismo che costituisce la carta di identità politica autentica dell’ex, ma comunque eternamente, «Avvocato del popolo». Il «camalecontismo» sa essere egemonico come poche altre formule; sembra un paradosso (e, in effetti, lo è, in senso postmoderno), ma la sua adattabilità in un contesto di idee deboli quali quelle della politica odierna lo rende alfine forte e in grado di indirizzare gli alleati. E ne fa, una volta di più, una spina nel fianco per un’offerta progressista autenticamente di governo. La questione è che Conte possiede un’agenda – a geometrie variabili, e in modo molto discutibile, ma nello scenario della postpolitica la coerenza non costituisce un requisito; e, pertanto, finisce per orientare programmaticamente una sinistracentro (e non più centrosinistra...) destinata a rimanere sostanzialmente un cartello elettorale, anziché convertirsi in una coalizione a tutti gli effetti. Mentre il Pd a guida schleiniana veste i panni del «partito balneare», intento alle vacanze agostane e incapace di dettare la linea al proprio schieramento. Una forza politica paralizzata dal timore di spezzare il fragile incantesimo retorico dell’unità a tutti i costi del campo largo, e arrivata persino a temere quello strumento – le primarie – di cui è stata inventrice e custode.














