Svelenire, sdrammatizzare. Quando il gioco si fa duro, il Partito democratico non gioca: stempera. Puntualizza ma non polemizza. Al massimo fissa un paletto. Di metodo. Elly Schlein ha risposto al gran rilancio di Giuseppe Conte, secondo il quale le primarie dovranno decidere anche la linea sull’Ucraina: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». Per oggi basti questo. Il resto è rinviato a tempi migliori, quando sarà passata la buriana scatenata da Conte.
Talmente forte che c’è chi si chiede se l’avvocato del populismo voglia davvero rompere oppure se, alla fine, tornerà a più miti consigli. Su questa seconda ipotesi si attestano la segreteria e i dirigenti che seguono i dossier internazionali. L’obiettivo è arrivare nei prossimi mesi a una mediazione accettabile: tenere fermo il sostegno a Kyjiv, ma dare sempre più peso al tema del dopoguerra, cioè alla ricerca di una mediazione. Mantenere il punto, venendo però incontro, almeno in parte, al ragionamento di Conte.
Non è chiaro a nessuno se l’ex presidente del Consiglio abbia voluto sparare così alto per costringere il Partito democratico a trattare: sull’Ucraina, certo, ma anche sul resto, a cominciare dal ruolo di Schlein. Di sicuro, al Nazareno questa botta di protagonismo di “Giuseppi” non è piaciuta. E soprattutto non si concepiscono le primarie come un’arena nella quale dirimere questioni strategiche, bensì come lo strumento per investire, con il voto popolare, lo sfidante di Giorgia Meloni.










