Era il 21 dicembre 2023 quando il ministero dell’Ambiente approvava il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Oltre due anni e sette mesi dopo, mentre temperature fuori scala, siccità e incendi piegano l’Italia, siamo ancora alla fase dalla costruzione della governance. Il documento è costituito da migliaia di pagine e 361 misure per mitigare i rischi ambientali e socioeconomici della crisi climatica. Attraverso un’analisi dettagliata del quadro giuridico internazionale ed europeo, il piano ha l’ambizione di integrare direttive globali con le specifiche esigenze del territorio italiano, particolarmente vulnerabile perché bagnato da quel Mar Mediterraneo che svolge un ruolo di “sentinella” del riscaldamento globale. Insomma, che risponde in maniera diretta al riscaldamento globale.
Sono quattro gli allegati. Il primo è indirizzato alle Regioni, per supportarle nella redazione dei propri strumenti di “battaglia”: il quadro giuridico di riferimento, indicazioni per dare vita a strutture di coordinamento e supporto tecnico-scientifico e criteri per inserire le azioni all’interno di tutti i settori di cui l’ente si occupa. La stessa cosa fa il secondo allegato, ma focalizzandosi su Comuni e Città metropolitane, sottolineando le sfide specifiche delle zone urbane, dalle ondate di calore alla gestione delle acque meteoriche; e invitando al coinvolgimento di cittadini e stakeholder nei processi decisionali. Il terzo documento condivide il quadro delle conoscenze scientifiche sugli impatti dei cambiamenti climatici in Italia ed esamina tutti i settori e le rispettive vulnerabilità: risorse idriche e loro scarsità, agricoltura e foreste con le colture più fragili e il rischio incendi, la salute umana tra mortalità e diffusione di malattie infettive, infrastrutture critiche come trasporti, energia e industria “pericolosa”, il patrimonio culturale e il turismo.








